Ode a Santa Arancina

Ode a Santa Arancina

Palermo terra di sole e di mare. Si, ma non solo. Palermo città dell’arancina.

Palermo è soprattutto quello che mangi e dove lo mangi. Un rapporto, quello tra Palermo e il cibo, vecchio quanto il mondo, che trova la sua espressione massima nel cibo cucinato e consumato per strada. E mentre nel resto del mondo si stila la classifica dello street food mondiale, i palermitani fanno quello che da sempre gli riesce meglio… mangiare. Tanto di cibo ce n’è in abbondanza dove e come ne vuoi. E ogni pietanza è una poesia, un’armonia di colori e sapori che ti mette in contatto fisico con la tua identità, che racconta ai tuoi sensi la cultura della loro terra. Altro che fast-food! Basta fare un giro per i vicoli del centro storico, per i mercati di grascia, per essere investito da un mix di odori forti, acri e delicati. E c’è solo l’imbarazzo della scelta… c’è lui, u pani ca’ meusa (pane con la milza), il piatto iconico della tradizione culinaria palermitana; le stigghiola, budella di agnello avvolte attorno ad un cipollotto e a’ frittula (la frittola), frittura mista di interiora e cartilagini animali (che prima o poi qualcuno scoprirà cosa c’è dentro quel cesto e allora…) passando per il mitico panino condito con panelle (famose frittelle di farina di ceci) e cazzilli (o crocché, crocchette di patate), sfincione (la risposta palermitana alla classica pizza, condita con pomodoro, cipolla e accciughe), cardi e broccoli a’ pastetta (in pastella) accompagnati dall’immancabile brioscia col gelato.

E poi c’è lei, l’arancina: piatto feticcio orgoglio di un’intera regione. Dorata, croccante all’esterno e generosa nel suo ripieno che va mangiata così, cavura cavura (calda calda). E guai a chiamarla arancino! Perché a Palermo si sa: l’arancina è fimmina! E non c’è bar, friggitoria, lapino-friggitoria che non te ne faccia sentire ‘u ciàuru (il profumo) a tutte le ore e in tutte le occasioni… E che fa, non te la mangi un’arancinetta a colazione? E non te la mangi un’arancina “a burro” a mezza mattinata? E non ce la spariamo un’arancina-bomba a merenda? Si, ma chiffà, non ci sta un’arancina prima di irisi a curcari (andare a dormire)… magari leggera-leggera, affforno (al forno)? E così, appagato dalle dolci voluttà di un’arancina alla carne, una al burro e perché no, una dolce alla nutella, i palermitani si curcano e si susino (si coricano e si alzano) in un ciclo godurioso e senza fine che trova il suo culmine nella festa di Santa Lucia, il 13 dicembre, giorno dei record in cui una città consuma la produzione di arancine di un intero anno!

E allora, Viva Palermo, le arancine e Santa Lucia!

di Carmela Corso

1 commento

L’Arancinu non è né femminile, “Arancina”, come si ritiene nel palermitano e nemmeno maschile, “Arancino” come si ritiene nel catanese e Siciliano “Arancinu”.
Arancinu è il diminuitivo, vezzeggiativo di “aranciu” perché l’Arancinu assomiglia al frutto dal quale prende il nome.
Ebbene non si mai detto in Sicilia nella parlata comune di tutta la Sicilia “munnami n’arancia!” e nemmeno “Munnami n’arancio!”, cioè sbucciami un’arancia che in italiano prende il femminile in quanto è un frutto, in Sicilia di dice “MUNNAMI N’ARANCIU!”, va da sé che il diminuitivo, vezzeggiativo è “ARANCINU”.
Pertanto “Arancinu” non è né maschile e nemmeno femminile, è Siciliano.

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