Arancina o Arancino. Quando la lotta di genere si combatte a tavola

Arancina o Arancino. Quando la lotta di genere si combatte a tavola

Quando si parla di street food e ci si trova in Sicilia, il primo pensiero va ad una delle più caratteristiche specialità siciliane: le celebri palle fritte a base di riso condite con salsa di pomodoro e la carne, alla base di una controversia esasperante e astiosa che contrappone da tempi immemori palermitani e catanesi.

Arancina o arancino? Un interrogativo, una diatriba vecchia come il mondo, che divide siciliani orientali e occidentali e che imperversa, da secoli, senza esclusione di colpi. Una lotta fratricida che è impossibile trattare con leggerezza – troppa partecipazione emotiva –  che va ben oltre la sua natura culinaria e che richiede un confronto costante tra linguisti e dialettologi. Una lotta di genere combattuta un morso dopo l’altro.

Come la più classica delle rivalità calcistiche anche l’eterno scontro arancina/arancino è una questione di schieramenti. E se i palermitani difendono strenuamente la sacra femminilità dell’arancina, i cugini etnei ne rivendicano la presunta superiorità machista.  Nessuna delle due parti è disposta a cedere e, tra rivendicazioni storiche, legate alla forma o al colore della pietanza, è difficile trovare una soluzione che riesca a  mettere tutti d’accordo.

Per i siciliani, quello di capire se l’aracina/o sia “fimmina” o “masculu” non è solo un cruccio, ma una vera e propria questione d’onore. Per cercare di riportare pace a questa infinita diaspora, è intervenuto il comitato storico siciliano dell’associazione delle Due Sicilie, corso a ripescarne le lontane origini in alcuni dizionari datati.

Da quanto emerso dal confronto tra il dialettologo palermitano Roberto Sottile e il catanese Salvatore Trovato, «è stato possibile ricostruire parte della storia». Le prime attestazioni riguardanti polpette di riso ripiene sono della seconda metà dell’Ottocento. «Tradizionalmente si sente dire che si tratta di una pietanza di origine araba, poiché loro avevano l’abitudine di riempirsi il palmo delle mani di riso, compattarlo, inserire un ripieno e mangiarlo così – spiega Stefania Iannizzotto – La scoperta interessante è stata rilevare chegli arabi chiamavano tutte le polpettine che facevano con nomi di frutti, indipendentemente dal loro ripieno». In Sicilia, storicamente ricca di agrumi, e arance nella fattispecie, il frutto di riferimento veniva da sé.

A parlare di arancinu è, nel 1857, Giuseppe Biundi, nel dizionario Siciliano-Italiano. È la prima circostanza in cui alla pietanza viene associato un nome. Non si tratta, però, di un piatto salato, bensì di un dolce. Per l’attestazione di una polpetta salata bisogna attendere qualche altra decina di anni. C’è poi un altro fattore da considerare. È possibile che il nome non derivi solo dal frutto, ma anche dal colore. E quindi arancinu come l’arancione. Fino a questo punto, dunque, tutto sarebbe a sostegno delle ragioni dei catanesi, con buona pace dei panormiti. Ma potevano questi arrendersi ai propri congiunti senza combattere? E così, al seguito de I Viceré di Federico De Roberto – autore partenopeo morto, ironia della sorte, proprio a Catania – i palermitani portano in alto l’eterea arancina, femmina sia nelle forme morbide che nell’etimologia, riproduzione italianizzata, croccante e dorata della tonda e profumata arancia. «Una forma percepita come più giusta». Le grandi città e i centri urbani sono più attenti alle novità linguistiche, ancheper una questione di prestigio. Palermo accetta i cambiamenti linguistici più velocemente, quindi ha recepito e fatto sua le versione italianizzata. Ne consegue che non esiste una versione più giusta dell’altra: «Semplicemente il maschile è dialetto, il femminile è italiano; non c’è una parte che ha ragione e una che ha torto». A sostegno di quanto detto anche un’attestazione di arancina presente in un vocabolario manoscritto e mai pubblicato, sito a Noto, e databile alla fine dell’Ottocento: «Si usa la -a finale, a testimonianza che le due forme convivevano già allora».

Ad infiammare nuovamente la polemica per stabilire il sesso di questa specialità tutta siciliana un inconsapevole Andrea Camilleri che ne celebra la natura maschile in uno degli episodi più letti del celebre Commissario Montalbano. Polemica (definitivamente?) chiusa dall’Accademia della Crusca che ha sancito come valide entrambe le forme , anche se arancina sembrerebbe essere il termine più corretto.

Quale che sia il modo in cui si sceglie di chiamarle, ciò che conta è il gusto e la consapevolezza che  a tavola, come nella vita, la diversità è sempre un valore aggiunto.

di Carmela Corso

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