TACUS

Peppino Impastato. Storia di un “uomo contro”

Peppino Impastato. Storia di un “uomo contro”

Peppino Impastato. Storia di un “uomo contro”

Roma e Cinisi, Aldo e Peppino. Preciso, elegante, rigoroso il primo, vittima dei terroristi che volevano abbattere lo Stato; irriverente, scanzonato, provocatorio l’altro, ucciso dalla mafia che si presentava come forma di Stato alternativa.

È il 9 maggio 1978 quando donna Felicia, il fratello Giovanni e tutti i suoi compagni ricevono la notizia della morte di Peppino Impastato, barbaramente assassinato e abbandonato sui binari della stazione di Cinisi. Del corpo non troveranno che brandelli, sparsi nel raggio di decine di metri. Poche ore più tardi, giornali e televisioni annunciano il ritrovamento, nel cuore di via Caetani di Roma, nel bagagliaio di una R4 rossa, del cadavere di Aldo Moro, ucciso dalle brigate rosse dopo due mesi di prigionia.

Aldo e Peppino: due uomini, due mondi, due storie accomunate da un unico tragico destino, due facce di un’Italia tenuta sotto scacco da logiche e meccanismi criminali.

Difficile raccontare in breve la storia di Peppino; la storia semplice di un ragazzo complesso che ebbe la forza e il coraggio, in una terra dove anche il solo parlare di mafia non era concesso, di andare contro tutto e tutti: contro Cosa Nostra, contro la sua stessa famiglia, contro un sistema marcio e corrotto, e di battersi per la giustizia e la legalità. Una storia semplice che lo condannò alla più violenta delle morti.

Il 26 aprile 1963 segna il primo contatto di un inconsapevole Peppino con Cosa Nostra. Il cognato del padre, il capomafia Cesare Manzella, muore a seguito dell’esplosione di una bomba posta sotto la sua “Giulietta”. La successione alla guida della cosca incorona Gaetano Badalamenti, boss locale e gestore incontrastato del traffico internazionale di droga, ottenuto grazie al controllo diretto sull’aeroporto di Punta Raisi, situato proprio sul territorio del comune di Cinisi.

Neanche diciottenne, da perfetto figlio di quel ’68 capace di smuovere le coscienze sulle grandi tematiche sociali, mobilitando insieme studenti e operai, rompe con la famiglia legandosi agli ambienti della sinistra proletaria. Fonda il giornale “L’idea socialista” e aderisce al PSIUP, il Partito socialista italiano di unità proletaria. Tre anni dopo, è alla direzione delle attività del gruppo “Nuova Sinistra” e coordina la lotta dei contadini espropriati per l’ampliamento dell’aeroporto.

Attivista attento e capace, fa della parole e della sua pungente ironia l’arma perfetta per sfidare apertamente Badalamenti e la mafia. È il 1976 e in tutta Cinisi si ascolta Radio Aut, la stazione radiofonica, autogestita e autofinanziata, fondata dallo stesso Peppino. Trasmissione di punta è Onda pazza. L’idea è semplice ma geniale: umanizzare e distruggere l’immagine potente e intimidatoria dei mafiosi prendendosi gioco di loro. Alle orecchie di tutti, senza remore né mezze misure, attacca don Tano, signore di Mafiopoli, denunciandone senza possibilità alcuna di fraintendimento, traffici illeciti e connivenze politiche. È da questo momento che iniziano intimidazioni, minacce e ritorsioni verso Peppino e gli Impastato.

Forte della sua personalità e dell’appoggio di un gruppo, seppur ristretto, di amici fedeli, Peppino compie lo step finale, candidandosi alle elezioni comunali nelle file della Democrazia proletaria. Sarà l’ultima goccia.

8 maggio 1978. L’orologio segna quasi le due di notte e la cittadina di Cinisi mestamente dorme ignara di quanto sta per accadere. Peppino si trova all’interno della sua auto quando viene intercettato dagli uomini di Badalamenti, trascinato in un casolare vicino la ferrovia e ucciso a colpi di pietra. Il suo corpo viene trascinato, legato ai binari sopra una carica di tritolo e fatto saltare in aria. Sarà ritrovato ore dopo totalmente smembrato. Un delitto tanto orribile quanto efferato, passato quasi in sordina a seguito del rinvenimento, la mattina seguente, del corpo esanime del presidente della DC, Aldo Moro, a Roma.

Nel tentativo di infangarne la memoria e minarne l’immagine si parlerà di un fallito atto terroristico, in cui l’attentatore sarebbe rimasto ucciso, e di suicidio dopo la scoperta di una lettera che, nella realtà, non rivelava propositi suicidi. Le indagini, fortemente volute dalla madre, dal fratello e dai compagni di Impastato ne riveleranno la matrice mafiosa. In tantissimi si riversano in strada il giorno del funerale eleggendolo simbolicamente al Consiglio comunale.

A quarant’anni dal brutale omicidio ricordiamo ancora l’impegno di Giuseppe Impastato, la cui eredità, al pari di quella di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e gli altri martiri di mafia, si riflette sulle generazioni future. Per la cronaca e la storia un giornalista, militante, simbolo della lotta alla mafia. Per noi semplicemente Peppino.

Articolo di Carmela Corso