Peppe Schiera e la filosofia del futtitinni

Peppe Schiera e la filosofia del futtitinni

Una delle caratteristiche del DNA panormita è, senza dubbio, quella di saper trovare in sé, un po’ per natura, un po’ per necessità, una sorta di autoconsolazione, specie nei momenti più bui e di maggiore difficoltà. È uno dei tratti tipici della panormitudine: un’ironia mista a rassegnazione che le consente di uscire fuori anche dalle situazioni più disperate, apparentemente senza soluzione.

E quando questo non basta ci si affida a quell’antica filosofia del “pi na mano un ci pinsari” che, a detta dei più saggi, aiuta a non abbattersi e a vivere più a lungo. Lo sanno bene i nostri nonni, figli di tempi duri, come quelli della guerra, fatti di paura e incertezza; certamente non facili e che molto ci ricordano il momento che stiamo vivendo adesso.

Sono loro, paradossalmente i più deboli ed esposti al rischio, ad infonderci fiducia, con i loro ricordi, la loro fermezza e il loro modo di guardare al mondo: scanzonato, coraggioso nel suo disincanto. È lo stesso sguardo di Peppe Schiera, punta di diamante del più verace animo panormitano, aperto sostenitore della filosofia del futtitinni, un insolito grido alla resistenza più vera davanti le avversità della vita.

Conosciuto dai più come “muddichedda” o “fabbrica ru’ pitittu” (la fabbrica della fame), era l’emblema di un popolo schiacciato dal peso del suo tempo: magro, pallido, con occhi, forse, troppo grandi per il suo volto scavato e che, malgrado tutto, non perdeva la sua verve e il suo animo vispo e intemperante. Vissuto nei cupi anni del fascismo, era tra i pochissimi che osavano sfidare apertamente l’autorità del Duce, armato di un’ironia affilata e pungente come una lama, con la quale commentava avvenimenti politici e sociali con rime satiriche improvvisate.

Nato in uno dei rioni più poveri di Palermo, diciottesimo figlio di un bracciante agricolo, viveva di espedienti, arrabattando quanto poteva per sopperire alla miseria e alla mancanza di cibo. Piegato dalle difficoltà economiche che lo accompagnarono per tutta la vita, riuscì, tuttavia, a non spezzarsi mai, smorzando le asperità di tutti i giorni con la sua innata capacità di rispondervi colpo su colpo, improvvisando rime, rigorosamente in lingua siciliana, recitate agli angoli delle strade nella speranza di attirare l’attenzione dei passanti vendendo loro dei foglietti con su scritte le sue poesie e stravaganti filastrocche su fame e miseria, tematiche ricorrenti e pane quotidiano per la maggior parte della popolazione.

Passatempo preferito erano i commenti dissacranti e caricaturali al “sabato fascista”, con i quali faceva il verso ai comunicati del Duce, montando in piedi su uno sgabello, pronto ad ammaliare e divertire il suo pubblico. Nulla sfuggiva al suo scherno: il regime, i gerarchi, la falsa retorica, la guerra e la fame, protagonisti di sberleffi e rabbiosi nonsense che, spesso, gli procuravano soggiorni di breve o lunga durata nelle celle dell’Ucciardone.

«Se avanzo, seguitemi» risuonavano gli altoparlanti nelle strade, a cui seguiva: ‘U Duci nni cunnuci contru u palu ra luci’.

Numerosi i versi di Schiera dedicati al Duce, rimpinguati di suggerimenti e consigli su un eventuale cambio di carriera

Stu beddu Mussulinu
‘un va mancu un carrìnu
megghiu ca va cogghi pitrusinu
nno beddu jardinu
a munti Piddirinu

E chissà come avrebbe reagito, da istrionico mattatore popolare quale era, alla situazione attuale, con quali epiteti, smorfie e versacci avrebbe affibbiato ad un nemico silenzioso e terribile, giunto da lontano, che a tanti ha tolto il sorriso e la voglia di guardare con fiducia al futuro.

Certamente avrebbe sbeffeggiato il virus con la sua solita lingua biforcuta, senza timore né reverenza, commentando col suo solito sardonico sarcasmo quarantena, decreti, autocertificazioni e teatri e teatrini andati in scena sui balconi del paese.

Il 13 maggio 1943, Peppe Schiera moriva sotto le bombe che distrussero il rifugio di piazzetta Settangeli. Di lui non restano che sbiaditi e malinconici ricordi dei palermitani più longevi e quelle poche rime in cui (ri)trovare un conforto e la voglia di non abbattersi, di resistere nonostante tutto e, perché no, anche e soprattutto la voglia di sorridere e ricominciare.

articolo di Carmela Chiara Corso