Oracoli e sibille. La profezia che si autoavvera

Oracoli e sibille. La profezia che si autoavvera

Il vivere quotidiano è costruito su tutta un’impalcatura di affermazioni, credenze, aspettative, definizioni della realtà che per il semplice fatto di essere state pronunciate possono avere, per l’uomo, effetti reali, incarnandosi in una “profezia che si auto avvera”. Nel 1948 il sociologo americano Robert K. Merton, tentava così di dare una prima spiegazione della valenza dell’Oracolo, un meccanismo psico-sociale potentissimo che permetteva a profeti e sibille di erigersi ad autorità infallibile e controllare, così, ogni aspetto dell’agire umano.

Profezie e predizioni sono tra le pratiche magiche più antiche della storia. Il bisogno spasmodico di indagare e alterare gli effetti e le possibili conseguenze dell’ignoto, l’ansia, il timore e la curiosità nei confronti di ciò che non si conosce costituiscono i fili conduttori della storia dell’umanità che l’hanno da sempre spinta verso entità spirituali “superiori” che potessero, in qualche modo, fungere da canale di comunicazione tra il mondo terreno e il divino, il sovrannaturale. Questo ha permesso la nascita e la diffusione degli Oracoli, veri e propri luoghi sacri, all’interno dei quali era possibile ottenere predizioni del futuro e interpretare, mediante oggetti o forme di vita, il volere degli dei, dispensato attraverso segni sulle viscere delle vittime sacrificali, movimenti della statua del dio durante la processione, movimenti degli oggetti gettati in una fonte, attraverso lo stormire delle fronde di un albero sacro, oppure attraverso la bocca di un essere umano, come nel caso di Delfi, in Grecia. Nulla di importante per la comunità o per il singolo veniva deciso senza aver prima consultato gli oracoli.

Strumento di connessione tra l’umanità e la divinità era la sibilla, somma sacerdotessa ritenuta in possesso di capacità sovrannaturali che, caduta in uno stasi di estasi (presumibilmente dovuto all’assunzione di oppiacei e sostanze dagli effetti allucinogeni), riusciva ad assumere la divinità all’interno del proprio corpo e, dunque, a comunicarne le volontà. Nella culla della Magna Grecia, tra le più autorevoli profetesse vi era Amaltea, la Sibilla di Cuma, somma sacerdotessa dell’oracolo di Apollo e di Ecate che “esercitava” nei pressi del Lago d’Averno, in una caverna conosciuta come l’Antro della Sibilla dove la sacerdotessa, ispirata dalla divinità, trascriveva in esametri i suoi vaticini su foglie di palma le quali, alla fine della predizione, erano mischiate dai venti provenienti dalle cento aperture dell’antro, rendendo i vaticini “sibillini”.

Assimilabile alla figura di Amaltea era, in terra di Sicilia, la Sibilla dell’antica Lylibeo – l’odierna Marsala –  che svolgeva la sua attività oracolare in una grotta (ndr. Grotta della Sibilla) dove, si racconta, abbia vissuto e fu sepolta. All’interno della grotta attingeva ad un pozzo miracoloso dal quale bevendone le acque riusciva a predire il futuro. Alla sibilla di Lylibeo si fa attribuire la fondazione di Palermo, avvenuta prima che la stessa vi si trasferisse.

Con il diffondersi della religione cristiana la pratica della consultazione degli oracoli conobbe un declino inarrestabile venendo fagocitato da culti come quello legato a S. Giovani Battista.

di Carmela Corso