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Nel nome delle donne. 25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Nel nome delle donne. 25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Nel nome delle donne. 25 novembre Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne

Il 25 novembre si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, una data importante – istituita per la prima volta il 17 dicembre 1999 dall’Assemblea Generale dell’ONU attraverso la risoluzione 54/134 e fissata per il 25 novembre di ogni anno, in memoria di Patria, Minerva e María Teresa Mirabal, le tre sorelle brutalmente uccise nel 1960 dai servizi segreti per la loro attività di rivoluzionarie contro la dittatura nella Repubblica Dominicana di Rafael Leónidas Trujillo – volta a sensibilizzare l’opinione pubblica sul dramma della violenza, tradotto in varie forme: dallo stalking, agli abusi fisici e psicologici, dagli atteggiamenti ossessivi a brutali omicidi; un’occasione, dunque, per ribadire ancora una volta e con forza l’esistenza di una problematica reale, che colpisce milioni di donne in tutto il mondo e che non può e non deve essere ignorata né lasciata passare in sordina.

Un problema prima di tutto culturale che affonda le proprie radici nella storia umana, caratterizzata da una visione distorta del mondo, che fa della donna una proprietà sulla quale esercitare il proprio potere, e in una generale disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne, rintracciabile in un passato antichissimo e in qualsiasi epoca storica. Uomini che odiano le donne o le amano nel peggiore dei modi possibile: una trama, presente tanto nella mitologia quanto letteratura classica, che ci racconta di donne perseguitate, umiliate e uccise da uomini o costrette al suicidio da circostanze divenute insostenibili. È il caso di Dafne, la bellissima ninfa amata da Apollo, che chiede di essere trasformata in una pianta di alloro per sfuggire ad un amore non corrisposto; quello di Proserpina, rapita e costretta al matrimonio con Plutone contro la sua volontà; o di Lucrezia, la matrona romana barbaramente stuprata da Sesto Tarquinio, morta suicida per lavare con il sangue la vergogna subita; o, ancora di Virginia, la giovane plebea rapita dal patrizio Appio Claudio e “salvata” dalla schiavitù dal padre attraverso la morte.

Sono donne, vittime di una subalternità sociale veicolata nei secoli da ogni forma di cultura, dalla letteratura all’arte, che si fa specchio della società e, al tempo stesso, la plasma. Accade, così, che una tradizione letteraria che giustifica o, addirittura, legittima la violenza sulle donne, contribuisca a radicare il concetto di “normalità” della violenza stessa.

Le storie di Lucrezia, Dafne e Virginia non sono le sole. Sono tantissimi i personaggi femminili vittime di abusi e prevaricazioni, stigmatizzate dalla società per l’unica colpa di essere state se stesse. Leggiamo di Francesca da Polenta, citata nel V canto dell’inferno dantesco, assassinata dal marito per averlo tradito con il fratello Paolo. La stessa sorte toccherà qualche tempo dopo a Desdemona che Otello, accecato dalla gelosia, ucciderà nel sospetto di essere stato ingannato. Due donne diverse, accomunate dalla stessa tragica fine, due volte vittime: dei loro carnefici, prima, e della società, poi, che assolve gli uxoricidi poiché agiscono in nome dell’onore.

Non è diverso il destino delle donne nei secoli successivi. Lo si coglie ne Susanna e i vecchioni, la tela di Artemisia Gentileschi, che narra la vicenda della babilonese Susanna, integerrima, colta di sorpresa da due balordi mentre si accinge a fare il bagno che le intimano di concedersi a loro o l’accuseranno di adulterio con conseguente condanna a morte. Susanna, esempio di virtù femminile che non scende a compromessi pur di sopravvivere, pur di non darsi a loro, accetta la falsa accusa dei due, che verranno poi smascherati: Susanna sarà liberata e i due bugiardi giustiziati. Artemisia, vittima di stupro e costretta ad un matrimonio riparatore, utilizza l’episodio biblico per raccontare la sottomissione e le vessazioni continue che subiscono le donne e pure lei, pittrice talentuosa, relegata in casa (era disdicevole che una donna si dedicasse all’attività artistica); in Tentazione! di Giovanni Verga che affronta il tema della violenza sessuale ai danni di una giovane considerata una tentazione disturbante, per il semplice fatto di essere donna. Verga, concordando con l’impunità dell’atto, si fa portatore sano dell’idea misogina della pericolosità della creatura femminile, condannando la vittima e deresponsabilizzando i colpevoli etichettando il crimine commesso come mero divertimento sessuale a scapito di un essere debole come la donna; o, meglio ancora, ne Il Rosso e il Nero di Stendhal in cui si assiste alla nobilitazione dell’uomo che, uccidendo la donna, compie il più alto dei sacrifici privandosi dell’oggetto del suo amore e che, pertanto, diventa soggetto degno di ammirazione e commiserazione. Nel romanzo, infatti, lo scrittore francese mette nella bocca di Mademoiselle de la Mole la frase «è degno d’essere il mio padrone perché è stato sul punto di uccidermi». Una totale e assoluta sottomissione all’uomo che arriva a macchiarsi, non senza infamia, di un crimine ignobile, il femminicidio, perpetrato nei confronti di quelle donne che hanno osato dire no.

Comprendere le ragioni per cui la violenza sulle donne sia ancora così diffusa significa dover aprirsi ad una analisi socio – culturale – giuridica della società: un sistema maschilista e misogino che si basa su un’inferiorità di genere. Presentare, attraverso le varie forme di espressione culturale e artistica, la violenza come evoluzione “naturale” dell’amore non è solo sbagliato ma anche pericoloso poiché innesta un circolo vizioso e processi permanenti dai quali è impossibile uscire se non mediante un’educazione di base, che insegni a riconoscere nell’amore i concetti di rispetto e libertà, individuando e condannando il fenomeno del femminicidio.