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Il detective Petrosino. Pioniere della lotta alla mafia

Il detective Petrosino. Pioniere della lotta alla mafia

Il detective Petrosino. Pioniere della lotta alla mafia

Palermo, 12 marzo 1909. Fuori dall’Hotel de France, un uomo abbigliato con bombetta, doppietto scuro e pastrano grigio, si muove, anonimo e un po’ isolato, lungo Piazza Marina. D’improvviso tre colpi di pistola squarciano il silenzio tutt’intorno. Mentre la folla si disperde un corpo si accascia lungo la cancellata del Giardino Garibaldi. È Joe Petrosino, il celebre detective italo americano, tarchiato e massiccio, giunto dall’America per fermare Cosa Nostra. Molto più che un semplice uomo di legge, un simbolo della lotta alla criminalità organizzata, destinato a diventare leggenda. Nel telegramma in cui il console Bishop ne annuncia la morte si legge: “Petrosino ucciso a revolverate nel centro della città questa sera. Gli assassini sconosciuti. Muore un martire”. Ed è questo quello che, in qualche misura, Petrosino è stato. Figlio di un sarto, nasce nel 1860 a Padula, un piccolo comune in provincia di Salerno, dal quale partirà tredici anni più tardi, alla volta di New York dove racimola qualche soldo lavorando come lustrascarpe o come strillone di giornali. Riesce a farsi notare dagli agenti della polizia di New York dapprima come informatore e poi – grazie anche alla fiducia in lui riposta dall’allora assessore alla Polizia Theodore Roosevelt, il futuro presidente degli Stati Uniti – come investigatore, riscuotendo la stima di colleghi e superiori grazie al suo fiuto finissimo, alla sua arguzia e alla sua capacità di mimetizzarsi tra la gente. I successi non tardano ad arrivare garantendogli la promozione a sergente, prima, e tenente, poi. Le cronache parlano di un poliziotto basso, tozzo, quasi camaleontico, capace al tempo stesso di distinguersi o sparire tra la folla.

Infiltratosi tra le maglie degli anarchici newyorkesi, ottiene una soffiata su un attentato ai danni del presidente degli Stati Uniti William Mckinley. Ritenuta poco attendibile, l’informazione viene sottovalutata dai suoi superiori e Mckinley viene ucciso poco tempo dopo. Sfruttando la sua ottima conoscenza del dialetto, è uno dei pochissimi in grado di comprendere quanto succede all’interno delle organizzazioni criminali locali di matrice italiana. È il suo intuito infallibile che lo porta alla risoluzione di uno dei casi più importanti della sua carriera, il caso del barile, dal quale avranno inizio le indagini che lo porteranno a comprendere quanti e quali legami collegano la Mano Nera alla Mafia siciliana. Nel 1905 è a capo di una piccola squadra di uomini fidati, l’Italian Branch, con i quali ingaggia una lotta senza quartiere contro la malavita locale e i numerosi criminali che, dalla Sicilia, arrivano negli Stati Uniti per arricchire le cosche di boss come Giuseppe “Piddu” Morello. Tra i tanti, quello stesso Vito Cascio Ferro la cui strada incrocerà qualche anno più tardi.

Intelligente, scaltro come pochi, Petrosino riceve nel 1909 l’incarico della vita: rintracciare e scardinare, attraverso una rete di intelligence italo – americana, i legami tra Cosa Nostra e la Mano Nera finalizzati al racket delle estorsioni e della prostituzione, alla stampa di dollari falsi e al commercio clandestino di alcol. Con il beneplacito delle più alte autorità politiche, parte in incognito verso l’isola, ma pochi giorni dopo la notizia viene diffusa dal New York Erald che fa saltare la sua copertura. Petrosino è comunque intenzionato a portare avanti le sue indagini. Rifiuta la scorta e si aggira tra Palermo e provincia, in cerca di informazioni utili, nella vana convinzione che nessuno avrebbe osato attentare apertamente ad un rappresentante della legge. Un errore di valutazione che gli risulterà fatale.

Sono le 20.45 di un apparente venerdì di marzo quando Joe viene freddato da tre colpi di pistola sparati nel buio. È colpito al collo e alle spalle e, accasciandosi a terra, muore poco dopo in un bagno di sangue. Aveva quarantanove anni. A premere il grilletto, secondo l’inchiesta condotta, Paolo Palazzotto e Vito Cascio Ferro, nella cui tasca viene ritrovata una foto di Petrosino.

Più di un secolo è passato da quell’efferato delitto, eppure il mito attorno alla figura di Petrosino non è stato mai scalfito. Nei giorni dei funerali, tanto a Palermo quanto a New York, migliaia di persone si riversano per strada per porgere l’estremo saluto a quell’uomo morto in nome della giustizia. Egli rimane un pioniere della lotta alla criminalità organizzata, un simbolo di rettitudine e legalità la cui influenza ha un’immediata eco nella cultura di massa. Libri, fumetti, film e sceneggiati televisivi che celebrano questo piccolo grande uomo capace di cambiare per sempre la storia della lotta alla mafia.

 

articolo di Carmela Corso