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Della gola e dei golosi. Vizio capitale o virtù?

Della gola e dei golosi. Vizio capitale o virtù?

Della gola e dei golosi. Vizio capitale o virtù?

Uno dei gironi visivamente più crudi e caratteristici dell’inferno dantesco è, senza dubbio, quello dei golosi coloro, cioè, che non seppero porre alcuna misura o freno al loro smodato desiderio di cibo. Secondo i cardini della teologia medievale, Dante ascrive il peccato di gola nell’ambito dell’incontinenza. È incontinente, infatti, chi non è capace di controllare i propri istinti siano essi verso il cibo, il sesso, il denaro o il potere lasciandosi abbrutire, abbassandosi allo stato ferino.

Immersi con il volto nel fango e colpiti da pioggia infernale, fantasmi impalpabili e infiacchiti, i golosi sono controllati da Cerbero, creatura mitologica e giudice infernale, che graffia, scuoia e stordisce le anime dannate. […] Noi passavam su per l’ombre che adona / la greve pioggia, e ponavam le piante / sovra lor vanità che par persona. […] Dante e Virgilio le calpestano, camminandovi sopra senza troppo riguardo. Di tante prelibatezze e di spasmodico desiderio non rimane altro che una melma fatta di escrementizie maleodoranti. Punizione non meno angosciante è riservata ai golosi del purgatorio, ridotti quasi a scheletri con gli occhi incavati e infiacchiti da una fame e una sete che non possono saziare.

Tra i lamenti e le grida dei dannati, Dante scorge Ciacco, uomo goloso, amante di banchetti e di compagnia, nei confronti del quale, però, non mostra disprezzo né pronuncia condanna. Esprime, al contrario, commozione per il suo desiderio di non morire nel ricordo dei vivi. Il poeta rileva, tuttavia, la condizione degradante e bestiale a cui lo ha condannato la sua colpa nel momento in cui gli fa torcere gli occhi “dritti” in “biechi”.

Se per Dante la gola è uno dei peccati che degradano l’uomo allontanandolo da Dio, per Giovanni Boccaccio è più una caratteristica dell’individuo, un punto debole. Nella sua novella “Calandrino e l’elitropia”, il cibo è il simbolo del benessere a cui si aspira per sfuggire dalla povertà.- simile è l’ottica con cui Luigi Pulci analizza il peccato nel “Morgante”, i cui i protagonisti sono due ghiotti e simpatici furfanti che si lasciando andare all’inganno, senza alcuna preoccupazione religiosa.

Fra tutti i vizi capitali, la gola è forse il più comico e sguaiato. È triviale, buffo, caratterizzato da un tratto animalesco: celebri sono, infatti, espressioni come “avere una fame da lupi” o “mangiare come maiali” a sottolineare l’aspetto ferino dei vizi. Ciascun vizio ha una sua iconografia simbolica. Fa eccezione la gola, che trasforma il corpo, lo gonfia, lo abbrutisce, lo rende grasso, mostruoso. Un connubio, quello tra fame e bestialità, ripreso in molte opere letterarie. È quello che succede al famelico gigante Pantagruel, all’interno della cui bocca, Francois Rabelais immagina un intero mondo con valli, praterie e sconfinate coltivazioni. Il carattere esagerato delle dimensioni descritte da Rabelais è una chiara rappresentazione degli infiniti banchetti che il goloso agogna affannosamente.

Oggi la golosità è considerata nulla di più che un aspetto della personalità dell’individuo, nociva più sul piano fisico o estetico che morale; la risposta ad un cambiamento dei modelli culturali della società. In un mondo in cui il piacere diventa un “valore”, si tende a soddisfare i propri desideri e non a reprimerli. Ed è forse perché l’ideale della moderazione è venuto meno sul piano morale che la gola appare come una trasgressione carezzevole da confessare, un surrogato di qualcosa che non si riesce ad ottenere o, in ultima analisi, una raffinatezza da intenditori che scandisce le nevrosi del vivere quotidiano.

articolo di Carmela Corso