Auschwitz 1945

Auschwitz 1945
Lo sgombero e l’orrore

Mercoledì, 17 gennaio 1945. L’Armata Rossa avanza veloce. L’arrivo in Polonia, a circa 200 km da Auschwitz, mette in allarme l’intera compagine tedesca. Le SS sentono il nemico sempre più vicino e, minacciate, ordinano lo sgombero del campo.

Si procede, dunque, allo spostamento di 60.000 prigionieri nei campi di Birkenau, Ravensbrück, Bergen-Belsen, Dachau, Buchenwald, Flossenbürg, Mauthausen, Sachsenhausen e Stutthof. 1689 degli ultimi 2038 deportati, arrivati col convoglio partito da Theresienstadt, finiscono direttamente nelle camere a gas.

Fallito il tentativo di trovare un accordo con gli alleati, a novembre Heinrich Himmler, ministro dell’interno del Reich, da ordine di bloccare le gassazioni, di evacuare il campo e distruggere i forni crematori per cancellare ogni traccia dell’eccidio.

All’ultimo appello generale si contano 67012 detenuti (tra maschi e femmine): 31894 ad Auschwitz I, 35118 a Birkenau e Monowitz. Il 18 gennaio, alle prime luci dell’alba, intere colonne umane si muovono, a piedi, verso le nuove destinazioni. Restano, invece, intrappolati nel loro personale inferno, circa 9000 prigionieri ammalati, lasciati in uno stato di totale degrado e abbandono. Nei giorni seguenti le SS distruggono i forni crematori II, III, V e danno alle fiamme i magazzini di Kanada.

Il 27 gennaio le prime truppe sovietiche invadono Auschwitz liberando i prigionieri. Come fortemente ripetuto da Primo Levi, però, è una liberazione che non lascia spazio a nessuna celebrazione. Troppo lo sgomento, la paura, la vergogna, l’umiliazione, il dolore, la rabbia. Nulla può cancellare l’orrore consumato. Rimarranno per sempre i segni, profondi e indelebili, nei corpi, nei cuori e nei ricordi di chi lo ha subito.

articolo di Carmela Chiara Corso

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Photo credit copertina: IvanMiladinovic / Getty Images Signature