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A come Arsenico: re dei veleni, veleno dei re

A come Arsenico: re dei veleni, veleno dei re

A come Arsenico: re dei veleni, veleno dei re

Apostrofato come “il re dei veleni e il veleno dei re” l’arsenico è, senza dubbio uno dei veleni più potenti e celebri della storia. Conosciuto fin dal’antichità, poiché i suoi effetti non furono mai ben definiti, fu adottato principalmente per intrighi ed assassini politici. Già Mitridate, re del Ponto, ne faceva largo uso per eliminare nemici e potenziali usurpatori, tra cui quattro dei suoi figli che ne insidiavano il trono; o, secondo quanto tramandato dalla storiografia, come arma per evitare di essere a sua volta vittima di avvelenamento: era solito, infatti, assumere una dose quotidiana di arsenico – in dosi continuate e progressive – per assuefare l’organismo ai suoi effetti. E così fece qualche tempo dopo anche Agrippina, vanificando con questo stratagemma (conosciuto come “mitridatizzazione”) il tentativo del figlio Nerone di avvelenarla.

La caratteristica dei composti inorganici dell’arsenico, insapori e incolori (e, di conseguenza, non rilevabili) facilmente trasformabili in una polvere solubile in acqua, che somministrata in continuità a piccole dosi produceva uno stato di debilitazione interpretato come il fatale decorso di una malattia, è la ragione per cui l’arsenico è stato incoronato di diritto come sovrano dei veleni. Agendo in modo lento e provocando una lunga e straziante agonia, rendeva, infatti, difficile capire come e quando lo si fosse ingerito condannando il mal capitato ad una morte terribile per la quale non esistevano antidoti.

Utilizzato durante il Medioevo – famoso per l’uso spregiudicato dell’arma del veleno, fu Carlo “il Cattivo”, re di Navarra e conte d’Évreux – e per tutto il Rinascimento, veniva mescolato alle carni, sciolto nei vini o sapientemente intriso in gioielli, libri, calze e guanti in modo da provocare l’involontario e inconsapevole ingerimento della sostanza tramite contatto. Grande esperta della “morte pulita” fu Giovanna de’ Medici i cui speziali, che frequentavano in gran numero la sua corte, le procuravano nuovi e potenti veleni con cui la sovrana faceva confezionare confetti e vivande da offrire a nemici e personaggi scomodi.
Ma se si parla di veleno, non si può non pensare ai Borgia, veri maestri nell’arte del veneficio. Tanto Papa Alessandro VI quanto i figli, il “Valentino” Cesare e Lucrezia, impararono presto l’arte della manipolazione e della somministrazione dei veleni, sciolti in cibi, bevande o abiti. La morte sopraggiungeva in poco più di ventiquattro ore fra atroci tormenti. A base di arsenico era anche la famosa “acqua” che Giulia Tofana realizzò per accontentare, più di seicento persone, quasi tutte donne, desiderose di disfarsi di coniugi, amanti o rivali a vario titolo. Giambattista Della Porta, filosofo, alchimista e commediografo campano, addirittura, mise per iscritto una ricetta di una porzione velenosa di sua invenzione molto utilizzata a Napoli e dintorni: arsenico, aconito, calce viva, vetro filato, mandorle amare e miele.

Bisognerà attendere il 1661 perché il fisico irlandese, Robert Boyle pubblichi The sceptical chymist (Il chimico scettico) che è stato, forse, il primo libro di chimica ufficiale. Dalle pagine di Boyle nascerà, infatti, l’analisi chimica che porterà alla più moderna identificazione dei veleni, con la nascita della “tossicologia analitica” e, più tardi, grazie ai primi metodi e apparecchiature rudimentali e talvolta poco affidabili, alla “tossicologia forense”.

Il carattere poco nobile dell’utilizzo del veleno lo ha reso uno dei crimini maggiormente e severamente condannati in tutte le civiltà poiché, come recita una legge romana, risalente all’imperatore Antonino Pio “Plus est hominem extinguere veneno, quam occidere gladio”: è più grave uccidere un uomo con il veleno che con la spada.

Malgrado le difficoltà vieppiù maggiori di reperimento e impiego nel corso degli anni, il veleno è riuscito a resistere ai tempi e ai cambiamenti delle grandi civilizzazioni, come parte delle più sinistre procedure politiche, e delle più efferate vendette. La storia, la politica, la vita, ci raccontano di episodi in cui il veleno ha rappresentato la soluzione “finale”: una morte invisibile, pulita, spesso impunita. Il veleno è, dunque, l’arma di chi agisce nell’ombra e vuole nascondere la propria responsabilità.

Articolo di Carmela Corso