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Il mito di Faone. Una storia di amore e morte

Il mito di Faone. Una storia di amore e morte

Il mito di Faone. Una storia di amore e morte

D’amore e d’amanti, di letizia e tragedia, è piena la tradizione mitologica di età classica. In un panorama mitico costituito da storie di intrighi, tradimenti e metamorfosi campeggia una vicenda che narra di passione e morte. È la storia di Faone di cui ci racconta Ovidio. Nelle Heroides il poeta romano riporta dell’amore non corrisposto della poetessa Saffo nei confronti di Faone, reso il più bello tra gli uomini dalla dea Afrodite in persona. Distrutta dalla sofferenza per l’abbandono subìto decide di togliersi la vita gettandosi da uno scoglio dell’isola di Leucade, il cui mare, si diceva, fosse in grado di cancellare le sofferenze del cuore, non prima di aver lasciato all’amato una lettera in cui, spiegando le ragioni di un simile gesto, gli dice addio:

Immagino che, leggendo questa lettera, tu capisca subito chi te l’ha inviata […] D’altra parte, o mio bel Faone, io ardo d’amore per te, così come può ardere un campo di messi sotto l’indomito soffio dell’Euro. E dal momento che tu oggi sei nella lontana Sicilia, guarda nel cratere dell’Etna e capirai come mai il mio fuoco non abbia nulla da invidiare a quello di Tifeo. O mio adorato, torna tra le mie braccia e restaci… Non ti chiedo di amarmi, ma solo di lasciarti amare. […] Giorni fa sono stata nel bosco che ci vide per la prima volta insieme. Ho pianto e l’erba si è intrisa di lacrime. […] Perfino gli alberi che mi stavano intorno si sono messi a piangere, e questo solo per tenermi compagnia nel dolore. Poi comparve una Naiade che mi disse: «O Saffo, se non vuoi più patire per un amore non corrisposto, va’ a Leucade e tuffati in quel mare. Dall’alto di una rupe si gettò Deucalione quando s’innamorò di Pirro, e da quel giorno cessarono le sue pene d’amore. E non basta: restò anche incolume. Non avere, quindi, alcun timore. Gettati dalla rupe e finirai di soffrire. Quel mare ha questa proprietà.. Perciò ho deciso: andrò a Leucade e mi getterò in quelle acque. Qualunque sarà l’esito, mi sentirò sempre meglio di come mi sento adesso.  Aria, per favore, non tradirmi: sostenimi! E tu, Amore, prestami per qualche secondo le tue ali perché io possa cadere quanto più lentamente possibile! Ad ogni modo, o Faone, che tu abbia intenzione di tornare o di lasciarmi, fammelo sapere, magari con una lettera crudele, in modo che io possa decidere con calma se continuare a vivere o gettarmi nelle acque di Leucade.

La tua Saffo innamorata

Una versione assai diversa fatta di oltraggio e vendetta è ripotata, invece, dall’ellenico Eliano che così scrive: «Faone era un barcaiolo e faceva questo per mestiere. Un giorno si presentò a lui Afrodite per essere traghettata. Faone fu ben lieto di accoglierla, anche se non sapeva chi fosse, e la condusse con estrema sollecitudine dove desiderava. Come ricompensa, la dea gli donò un vasetto che conteneva un olio profumato: ungendosi con esso, Faone divenne il più bello degli uomini. Perciò le donne di Mitilene si innamoravano di lui, finché un giorno Faone venne colto in fragrante adulterio e fu giustiziato».

Come nella liaison dangereuse di Elena rapita dal giovane Paride, è Afrodite a determinare, seppur indirettamente, la rovina dell’anziano Faone, che si serve impropriamente del dono fattogli dalla dea. Giunto a Militene (secondo la versione di Ovidio Lesbo, Oltraggiati dal comportamento del barcaiolo nei confronti delle loro spose, sono gli uomini (e non gli dei) a sentenziare la morte di Faone, nella forma più spietata. È una condanna senza mezzi termini che si configura, dunque, nell’immaginario collettivo, come il giusto castigo per una colpa che, secondo le leggi dell’epoca, sanzionata con la morte comminata direttamente dalla persona oltraggiata. L’omicidio del giovane avrebbe lavato col sangue la macchia all’onore infagnato.

Alla storia di Faone sono stati dedicati numerosi versi ed opere d’arte come il vaso a figure rosse attribuito al Pittore di Meidias, ceramografo attico attivo in Atene negli anni tra il 420 e il 390 a.C. Circa , attualmente conservato all’interno del Museo Archeologico di Palermo “A. Salinas”

di Carmela Corso